"El duende no inspira.
El duende despierta."
"Il duende non ispira. Il duende risveglia."
INTRO
Ci sono parole che sembrano impossibili da tradurre e proprio per questo restano misteriose e complete. Duende per esempio.
L’ho incontrata, come spesso mi accade, citata tra le righe di Una cosa spirituale di Vasco Brondi – piccolo saggio sulla creatività che suggerisce ispirazioni continue – durante un breve passaggio nel quale viene introdotto il concetto e la sua fonte: Gioco e teoria del duende, una conferenza che Federico García Lorca tenne a Buenos Aires nel 1933 e che ancora oggi continua a essere citata da artisti, musicisti, scrittori e creativi di ogni disciplina.
Il motivo è semplice: il duende non descrive una tecnica, né un talento particolare. Descrive quel momento raro in cui qualcosa prende vita davvero.
E, bada bene, non ne descrive la perfezione, né tantomeno la bravura. Ne descrive la verità.
Una verità che non nasce dalla testa ma dal corpo, dai piedi, dalla pancia, dalle zone più profonde e meno controllabili di noi stessi.
Nel breve testo, Lorca distingue tre forze ben definite:
Esiste l’angelo, che porta la grazia; la musa che porta forma e intelligenza e poi c’è il duende, che porta la lotta.
L’artista che viene posseduto dal duende non esegue. Combatte.
E cita come esempio perfetto il flamenco perché nasce dalla terra, dalla sofferenza, dalla gioia e dalla morte.
Sono passaggi sanguigni, caldi, con parole passionali che non possono che scaldare la mente e a tratti sembra di sentire il sangue scorrerti dentro.
Spesso ci viene raccontato di come l’ispirazione sia un momento di grazia, quasi un atto mistico di collegamento con una rara forma spirituale, ma per Lorca il duende segue una strada diversa.
Non arriva quando tutto è chiaro e non compare quando ci sentiamo sicuri di ciò che stiamo facendo. Al contrario, emerge nei momenti di tensione, quando qualcosa dentro di noi si muove senza che riusciamo a nominarlo del tutto.
Non è una qualità che si possiede, ma una forza che si manifesta. Non si può studiare, accumulare o replicare attraverso una formula. Si presenta quando un artista, un musicista, uno scrittore o chiunque stia creando qualcosa accetta di esporsi a una parte più profonda e vulnerabile di sé.
È per questo che il duende ha spesso a che fare con l’inquietudine.
Non necessariamente con il dolore, ma con quella sensazione difficile da definire che ci accompagna quando percepiamo che esiste qualcosa di importante appena sotto la superficie. Come una domanda senza risposta che continua a tornare a trovarci. O un’emozione che non si lascia spiegare completamente.
Le opere che ci colpiscono davvero, raramente sono soltanto il risultato di una grande abilità tecnica. Ci colpiscono perché contengono una tensione umana riconoscibile. Perché avvertiamo che chi le ha create stava cercando qualcosa, non semplicemente mostrando ciò che sapeva fare.
Il duende vive proprio in quella ricerca.
È ciò che trasforma una voce impeccabile in una voce che commuove. Un brano scritto con qualche piccolo inciampo, ma che arriva diretto. Una fotografia tecnicamente perfetta in un’immagine che rimane impressa nella memoria. Un progetto ben costruito in qualcosa che continua a risuonare dentro di noi anche dopo molto tempo. Di esempi ne esistono moltissimi, probabilmente schiacciati da prodotti creati in velocità seguendo schemi utili a soddisfare un algoritmo, ma ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno.
Forse per questo Lorca insiste sul fatto che il duende non arriva dalla testa. Nasce più in basso. Nei piedi che battono il ritmo. Nella pancia che percepisce prima ancora di comprendere. In quella zona profonda in cui esperienza, memoria, desiderio e paura si mescolano senza seguire la logica della ragione.
È una forza che ci obbliga a rinunciare al controllo assoluto.
E da qui il suggerimento più prezioso: le cose più vere non nascono sempre da ciò che abbiamo pianificato con precisione, ma da ciò che abbiamo avuto il coraggio di ascoltare quando ancora non aveva una forma definita.
Il duende, in fondo, è il momento in cui smettiamo di cercare la perfezione e iniziamo a cercare la verità.
Perché a volte la strada più autentica non è quella che abbiamo progettato meglio. È quella che sentiamo vibrare sotto i piedi.